#iorestoacasa – imposizione o responsabilità?

18 Aprile 2020
#iorestoacasa – imposizione o responsabilità?
#iostoacasa - imposizione o responsabilità?

Capita sempre più spesso in questo periodo di leggere post, articoli o interviste in cui gli italiani, e non solo gli italiani, che rimangono a casa vengono definiti “pecore”.

Chi resta a casa non solo rispetta le regole ma ispira il proprio comportamento alla responsabilità verso se stessi e verso gli altri, senza alcuna imposizione.

Ma stare a casa è una imposizione o una responsabilità?

Credo che la risposta a tale interrogativo sia individuabile in questo brano di Paul Watlawick, psicologo e filosofo, considerato uno dei massimi esperti nel campo della comunicazione umana. Nel suo libro “Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico”, Watlawick descrive le funeste conseguenze del sentirsi, novelli Macbeth, invincibili sotto la cattiva influenza di Ecate e delle sue famigerate assistenti.

“Tertium non datur
Forse esagero, e i rischi non sono poi tanto grandi. Non vi può tuttavia essere dubbio che l’universo manicheo, l’universo degli opposti (che obbliga alla contrapposizione o alla sottomissione) si troverebbe in gravi ambasce se vi fosse un maggior numero di persone dello stampo di Franzl Wokurka, originario del villaggio austriaco di Steinhof. I dolori del giovane Franzl – proprio ai suoi dolori vogliamo qui brevemente accennare – raggiunsero la massima intensità quando il tredicenne studente, passeggiando per il parco municipale, scoprì davanti a una grande aiuola un piccolo cartello che diceva: È vietato calpestare le aiuole. I trasgressori saranno puniti a norma di legge. La scritta fece rinascere in lui un problema che da qualche tempo gli si presentava con una certa frequenza; ancora una volta la situazione sembrava offrirgli una sola possibilità di scelta fra due alternative che gli parevano entrambe inaccettabili: da un lato quella di ribadire la sua libertà nei confronti dell’imposizione autoritaria calpestando l’aiuola, col rischio tuttavia di essere colto in flagrante; dall’altro quella di conformarsi al divieto. Ma la sola idea di dover ubbidire a un meschino cartello lo faceva insorgere contro la vigliaccheria di una simile sottomissione. Si soffermò a lungo, indeciso sul da farsi, finché inaspettatamente – giacché non gli era mai capitato di fermarsi a osservare i fiori – gli venne un’idea completamente diversa: i fiori sono meravigliosi. Caro Lettore, la storiella Le sembra banale? Non saprei risponderLe se non che il giovane Wokurka la pensava diversamente. L’intuizione si abbattè su di lui con la forza di un’onda che, infrantasi, lo trascinasse potentemente nel riflusso. Improvvisamente si rese conto della possibilità di un’alternativa alla sua visione del mondo: io voglio che l’aiuola sia così com’è; io voglio questo incanto; io sono la mia stessa legge, la mia stessa autorità, andava ripetendosi. E d’un tratto il divieto non ebbe per lui più significato alcuno; il contrasto manicheo sottomissione-ribellione si era dissolto nel nulla. Il senso di ebbrezza fu di breve durata, ma qualcosa di fondamentale era comunque cambiato; ora vibrava in lui una sorta di melodia sommessa, quasi impercettibile, che tuttavia si faceva ben udibile nei momenti in cui il mondo rischiava di sprofondare nella palude dell’aut-aut. Dopo aver preso la patente, per esempio, guidando allacciava sempre le cinture di sicurezza, perché lui stesso aveva deciso che si trattava di una ragionevole misura cautelativa. E quando, nel giro di breve tempo, si aprì la controversia se lo Stato avesse o no il diritto d’imporre al cittadino l’uso delle cinture, i vari aspetti della contesa lo lasciarono del tutto indifferente. Lui ne era al di fuori.”

 

A cura di: Dott.ssa Simona Leone


Dott.ssa Simona Leone

Direttore dei Master

Master in Psicologia Giuridica

Master in Psicosessuologia

Master in Psicopatologia dell’Età evolutiva

Master in Disturbi del Comportamento Alimentare

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